Con questo lavoro, autoprodotto ed uscito con la DDE records, il Marco Piccioni q.tet irrompe decisamente nel mercato discografico di nicchia. E’ giusto allora spendere due parole per un talentuoso chitarrista e compositore che vedremo spero presto alla ribalta. Nel 2002 dopo 4 anni di studio e lavoro tra Boston e New York, torna nella sua Torino, deciso a voler creare un progetto personale contaminato da rock, jazz e blues. L’incontro con gli altri componenti di derivazione jazz, non solo Main Stream ma tendenti al Free, è la molla che crea la giusta chimica musicale. Marco Piccioni si considera, a ragion del vero, un chitarrista blues-jazz ma sicuramente amante della musica a 360° come dimostra quella voglia di comunicare, anche con lo strumento per antonomasia: la voce. Buoni i testi così come la timbrica vocale davvero intensa e profonda. Melodie notevoli e scelta di proporre testi in lingua inglese rendono il tutto ormai una consuetudine e in qualche modo Marco e la sua band vengono proiettati verso una carriera internazionale anche se solo virtualmente, per ora.
“Lo sconosciuto” pezzo di apertura dell’album sembra in qualche modo essere la presentazione del gruppo a tutto il mondo. Davvero notevole l’atmosfera creata dalle parole e già Marco Piccioni esordisce in qualità di voice tendente quasi al parlato così da supportare i testi non lasciati al caso in un intreccio di acqua e aria che si sussegue. More Time, prima traccia ad impronta blues, ci introduce invece da subito nell’atmosfera creata dalla musica del diavolo… Ma ampio spazio viene lasciato per i pezzi c.d. solo strumentali: primo tra tutti Evoc, davvero ipnotico e incline all’improvvisazione generale. Si crea così quel clima, un’atmosfera tersa che approda a One Chance. Una possibilità per capire dove sta la ragione e dove il torto; dov’è andata la nostra mente? Il sassofono di Porta è un serpente a sonagli e l’ipnosi prosegue, così come prosegue la continua ricerca di un qualcosa tra acqua e aria come l’inizio di tutto. L’apertura mentale e il suono caldo di Porta sembra incontrare l’anima blues di Piccioni anche se armonicamente, il sassofonista, omaggia la tradizione di Coltrane. Notare lo splendido accompagnamento alla batteria di Barbieri in buzz roll. L’armonia si presenta diatomica, ma sempre legata ad un centro tonale. Nel complesso, lodevole il lavoro di tutti i componenti, capaci di stare al loro posto senza mai invadere le sonorità della chitarra di Piccioni come per il sax di Porta, chiamato a dialogare e a creare continuamente il “sound giusto”. L’interplay, per ricalcare le parole dell’autore, è generoso nel supportare un’intenzione momentanea ma allo stesso tempo protagonista nella spinta di nuove idee ritmiche, dinamiche e armoniche. E sono forse le dinamiche che caratterizzano l’intero album. E’ altresì evidente come la ricerca comunicativa tra i musicisti sia stata uno dei cardini di questo progetto che tanto deve stare a cuore al nostro Marco Piccioni. Apprezzerete così lo scorrere di queste dieci tracce, a cavallo tra blues e jazz moderno con un omaggio al Funky anni 70 nel pezzo Renaissance.
Una felice e splendida realtà per il nostro Paese. Auguriamoci di sentirli presto in uno dei club sotto casa. Nel frattempo a tutti loro, un in bocca al lupo.
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