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JOHN BONHAM - La Bestia umana

John Bonham - La Bestia Umana
a cura di Fabio Rapizza
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http://www.webalice.it/le_duc80

Il seguente articolo è tratto da Psycodrummer, una rubrica che ho ideato per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali - ma anche umani e biografici - dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.

Lo chiamavano “La Bestia”. Non solo per come pestava sui tamburi - la sua cassa era un pugno allo stomaco e i suoi rulli una raffica di colpi di cannoni tedeschi - ma anche per i suoi eccessi, le sue bravate, la sua mole fisica ed il suo temperamento. John Henry Bonham, in arte Bonzo (dal nome di un cane dei cartoni animati), rappresenta molto di più del compianto batterista dei Led Zeppelin: è forse l’icona del batterista rock per eccellenza. La sua tragica e prematura morte l’ha preservato giovane e dannato nel mito del rock, per questo Bonzo è per tutti un modello, un fossile perenne immortalato nell’ambra della sua Ludwig Vistalite trasparente. Le caratteristiche del suo drumming sono diventate le caratteristiche - tipo di un sound perfettamente rock.

Ma chi era veramente Bonzo? Si cercherà di scavare all’interno del mito, per raggiungere la vera identità di John Bonham e delineare un profilo della sua personalità, con la finalità di rilevare eventuali punti di contatto tra psiche e drumming, tra stile musicale e stile di vita.

Il suono
Iniziamo dalle caratteristiche del suo suono, che sono note a tutti i batteristi. Bonzo aveva un suono diretto ed un tiro micidiale, orientato costantemente verso la potenza: sin dai suoi esordi, quando ancora si esibiva nei pub delle Midlands, dove fu notato da Robert Plant, era famoso per il suo volume sonoro. I gestori dei locali si rifiutavano di lasciarlo suonare perché picchiava troppo forte e faceva troppo rumore. Di tutta risposta Bonham foderava i suoi tamburi con la carta stagnola per avere ancora un maggiore attacco!


Jimmy Page
si innamorò subito del suo drummin’ grezzo e primitivo: era proprio alla ricerca di un batterista “big and powerful” per dare vita a quelli che sarebbero stati i New Yardbirds, una band di matrice blues che traesse le proprie ispirazioni dall’allora fiorente scena hard rock. L’alchimia tra i quattro fu subito esplosiva: le loro esibizioni live erano già nel 1969 un condensato incredibile di energia, e fu proprio così che gli States e l’intero Occidente vennero conquistati da questa nuovissima e sconvolgente formazione. Il segreto di tale successo stava nello speciale equilibrio che si formava sul palco, che era come attraversato da una linea invisibile che divideva Page e Plant da Jones e Bonham: in prima fila, in bella mostra davanti al pubblico, stavano la chitarra e la voce - ed in seconda fila la solida base ritmica al servizio degli altri due.

Proprio con Bonham si delinea e si definisce quella che sarà la missione del batterista moderno: se nella big band egli è protagonista e mattatore, se nel jazz è libero di muoversi sul tempo e di improvvisare, in ambito rock il suo compito è quello di fornire una base granitica e regolare sulla quale possa poggiare l’intera struttura melodica delle composizioni. Al batterista sono richieste poche finezze e pochi tecnicismi - su tutto deve prevalere la potenza e la definizione del suono, unite ad una carica intenzionale non indifferente. Il drummer non può essere un idealista, non può essere un eccentrico o un esibizionista. Deve picchiare duro e darci dentro, non deve perdere tempo e non deve perdere il tempo. L’atteggiamento di Bonzo era proprio questo: gran bevitore, gran casinista, quando si sedeva dietro ai tamburi non ce n’era per nessuno. Era tutto istintività e potenza.

Eddie Kramer, tecnico del suono per i Led Zeppelin durante la registrazione di Houses of the Holy, ci ha lasciato questa testimonianza: “Bonzo era il batterista più disponibile con il quale avessi mai registrato. Lo mettevo a suonare da solo nella veranda di una grande serra, con tre microfoni per la batteria. Bonzo riusciva a suonare in quel modo, perché picchiava sulla batteria con più forza di chiunque altro e, nel contempo, aveva un tocco estremamente delicato. Con il suo modo di suonare otteneva un sound di batteria che definiva monumentale. Per molti aspetti, era lui la chiave dei Led Zeppelin. Si poteva lavorare in fretta con lui: una volta che Bonzo aveva approfondito la sua parte, tutto il resto calzava a pennello.

Nella band ciascuno aveva il suo ruolo: Jimmy Page era il chitarrista, il leader, l’esoterico, il mago, l’istrione, lo stregone; Robert Plant era la primadonna, l’Adone dai riccioli d’oro, la voce in conflitto ed in amore con la chitarra. John Paul Jones era il bassista solido e defilato, l’ottimo arrangiatore, quello timido ed intelligente che si tiene fuori dai problemi. Bonzo era il picchiatore, La Bestia, quello grezzo, che fa più rumore, che scatena il pubblico con animaleschi assoli lunghi mezz’ora a mani nude sui tamburi, mentre gli altri si riposano e si fanno un drink.

Poca tecnica, tutta intenzione. Anche il suo atteggiamento verso il lavoro era estremamente pratico: “Non ho mai cercato di essere uno dei migliori batteristi - diceva - e non voglio nemmeno esserlo. Un sacco di ragazzini mi vengono a dire cose come: “Ci sono molti batteristi meglio di te”. A me piace suonare al meglio delle mie capacità ed è quello che sto facendo ora. Non pretendo di essere più eccitante di Buddy Rich. Ma non suono ciò che non mi piace. Sono un batterista semplice, senza fronzoli per la testa e non cerco di atteggiarmi o essere meglio di quel che sono.”

Dossier psicologico
Quali sono i tratti caratteristici della personalità di Bonham? Sappiamo che era una persona semplice ed emotiva, capace di grande generosità. Amava la sua famiglia, aveva una tenuta tutta sua nella campagna inglese, nel Worcestershire, dove allevava bovini. Da buon batterista amava i motori: collezionava automobili d’ogni tipo ed aveva una passione per i dragster. Sotto questo punto di vista Bonham è proprio come lo si vede nel film “The Song Remains The Same”: quello che gioca a biliardo, che balla con la moglie, che suona la batteria con il figlio, che corre a tutta velocità a bordo di un bolide della strada.

Ma c’è un lato oscuro di John Henry Bonham che non conosciamo: La Bestia. Ogni volta che i Led Zeppelin dovevano partire per una tournèe lunga qualche mese negli Stati Uniti, Bonzo perdeva il controllo di sé stesso. Negli USA erano riveriti e idolatrati, partecipavano a immense feste in loro onore, fuggivano dai fans e passavano ogni notte nelle suite degli hotel. A loro era tutto concesso e dovuto: l’America era veramente la terra della fantasia, dell’eccesso e del denaro. Bonham semplicemente non aveva il controllo su questo potere, soffriva la lontananza da casa e si rifugiava nell’alcool: faceva comunella con i roadies della band, combinava un sacco di bravate e scatenava delle risse tutte le sere. Si trasformava nella Bestia, in una sorta di maniaco violento ed ubriaco, devastava le camere degli hotel e dava fastidio a tutti. Si dice che soffrisse di frequenti attacchi d’ansia e che assumesse regolarmente dei farmaci ansiolitici che gli permettessero di tenere alto il morale.

La sua semplicità e la sua ingenuità giocavano contro di lui: era facilmente influenzabile e non aveva nessuna difesa naturale contro chi cercava di manipolarlo. Se glielo chiedeva Jimmy Page, si metteva a lanciare bevande o a gettare cibo sulla gente. “Era molto emotivo” racconta Richard Cole, roadie degli Zeppelin, “Era estremamente legato a sua moglie e al bambino e non voleva allontanarsi da loro. Così si deprimeva facilmente e, se qualcuno osava dirgli qualcosa, lo stendeva.

Era chiassoso ed indisciplinato, e metteva spesso in imbarazzo i suoi compagni. Se si organizzavano delle cene esclusive al Dar Maghreb, c’era sempre qualcuno che sussurrava: ”Shhh, non lo dire a Bonzo”. Sia Peter Grant (manager dei Led) che Jimmy Page si riservavano delle stanze segrete sui piani alti dell’albergo, affinché Bonzo non li potesse trovare quando era ubriaco. Se c’era un party in qualche locale chic in cui i Led Zeppelin non avevano intenzione di causare guai, la parola d’ordine era: “Non dirlo alla Bestia”.

Il suo rapporto peggiore era quello con la stampa: non è un caso che Bonzo non abbia mai rilasciato un’intervista tutta sua. Una sera, per esempio, cercò di strappare i vestiti a Ellen Sander, avvenente giornalista del prestigioso magazine Life, che avrebbe desiderato far figurare gli esordienti Zeppelin in copertina. Il risultato fu che la band non ebbe nessuna copertina e nessun articolo, bensì un amaro commento: “Se si entra nelle gabbie dello zoo è possibile vedere da vicino gli animali imprigionati, accarezzare le loro pelli e diventare tutt’uno con l’energia al di là del mito. E’ possibile anche odorare di persona l’odore di merda”.

Anche Danny Goldberg, famoso giornalista di Rolling Stone, seguì i Led Zeppelin nelle loro tournèe e dovette fare i conti con le continue aggressioni di Bonham. Ce ne ha lasciato un ritratto efficace: “Bonzo era un gigantesco adulto con le emozioni di un bambino di sei anni e la licenza artistica di indulgere a qualsiasi genere di comportamento distruttivo o infantile che lo facesse divertire”.

Correva l’anno 1976 ed i Deep Purple erano in tournèe con Tommy Bolin, il chitarrista che aveva rimpiazzato Ritchie Blackmore dopo la sua dipartita dal gruppo. Bonzo si presentò dietro alle quinte di un loro concerto al Nassau Coliseum di Long Island. Era ubriaco e assai eccitato, faceva fatica a stare in piedi dietro al palco; notò un microfono libero e salì sul palco prima che i roadies potessero afferrarlo. Il gruppo smise di suonare stupefatto, mentre Bonzo urlava al microfono: “Sono John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che abbiamo un album in uscita: si chiama PRESENCE e, cazzo, è fantastico!”. Quindi fece per andarsene ma prima si volto verso il chitarrista e lo insultò gratuitamente: “E per quanto riguarda Tommy Bolin, non sa suonare una merda!”.

Questo era Bonham: tanto aggressivo ed infuriato sul palco quanto nella sua vita sregolata e folle, tanto semplice, diretto ed istintivo dietro ai tamburi quanto nella sua esistenza, tragicamente interrotta a metà. E forse è per questa stessa ragione che è entrato nel mito e continua ad insegnare alle nuove generazioni di batteristi come si raggiunge la dimensione del suono: perché il suo drumming era autentico, parlava di lui, delle sue frustrazioni, della sua personalità e della sua psiche.
In lui, batterista, uomo e bestia erano una sola cosa.


Box 1

INFORMAZIONI BIOGRAFICHE -
 Nato il 31 maggio 1948 a Redditch nel Worcestershire. Figlio di un carpentiere, cresce martellando sulle pentole della madre. Prima di entrare nei Led Zeppelin lavora in cantiere con il padre. Conosce la moglie Pat ad un ballo a Kidderminster, la loro prima abitazione è una roulotte. Hanno due figli, Jason e Zoe. Bonzo muore il 25 settembre 1980, nella villa di Jimmy Page, si dice per overdose di alcool e soffocato dal proprio vomito durante il sonno.

Box 2
PER SENTIRE JOHN BONHAM
non potete fare a meno dell’album Led Zeppelin II, che include Whole Lotta Love, Heartbreaker e il mitico assolo di Moby Dick. In Led Zeppelin IV troverete Black Dog, la storica Stairway To Heaven, Four Sticks (in cui Bonzo suona con due bacchette per mano) e vi esalterete per il suono di batteria di When The Levee Breaks. Il mio album preferito è Houses of The Holy, più sperimentale, melodico ed orchestrale, nel quale gli Zeppelin sperimentano parecchio e Bonzo si cimenta con il tempo in levare in…D’yer M’ker, fornendo una delle sue interpretazioni più irresistibili! Altre perle (come Kashmir, Ten Years Gone, Trampled Underfoot e Custard Pie) sono immortalate nel doppio disco Physical Graffiti.
PER VEDERE JOHN BONHAM
e la sua Ludwig Vistalite trasparente vi consigliamo il film “The Song Remains The Same” e il DVD “How The West Was Won”, con 5 ore di ottimo materiale live inedito, tra cui una strepitosa esecuzione di Moby Dick del 1970.

Tratto da Drum Club, dicembre 2003

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Febbraio 2007 16:20  

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