John Densmore - Riders On The Storm - La mia vita con Jim Morrison e i Doors
a cura di Fabio Rapizza
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
http://www.webalice.it/le_duc80
Il seguente articolo è tratto da Psycodrummer, una rubrica che ho ideato per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali - ma anche umani e biografici - dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito.
Lo scorso luglio si è celebrato il trentacinquesimo anniversario della morte di Jim Morrison, morto a Parigi il 3 luglio 1971. Nel gennaio del 2007 sarà la volta di un altro anniversario importante, quello che celebra i quarant’anni trascorsi dall’uscita del primo indimenticabile disco dei Doors. In occasione di queste ricorrenze proponiamo un dossier sulla figura di John Densmore, batterista del gruppo californiano, che ha vissuto quegli eventi in prima persona. Ecco la storia dei Doors: vista dal seggiolino della batteria di Densmore!
Sunset Strip, Los Angeles, estate 1966
- “Ray, abbiamo un problema”, disse Jim Morrison.
- “Sta andando tutto alla grande, cosa c’è che non va?”, chiese stupito Manzarek, il tastierista del gruppo. In effetti tutto girava al meglio per i neonati Doors: avevano ricevuto un ingaggio al Whiskey a Go-Go, il locale live più frequentato del Sunset Strip. Era la loro occasione.
- “Dobbiamo disfarci del batterista, non lo sopporto più”.
- “Non possiamo fare a meno di lui, non capisci? E’ troppo tardi. Non potremmo mai trovare un sostituto valido quanto John. Si romperebbe il cerchio”.
- “Lo so, ma vedi…mi dà sui nervi. A volte lo strangolerei”.
- “Capisco Jim, ma tu sei più grande di lui” - disse il diplomatico Ray - “so che a volte è abrasivo, ma tu cerca di mostrarti più maturo”.
- “Ci proverò Ray, ci proverò”.
Densmore aveva un carattere nervoso ed irascibile. Ricorda Manzarek: “John sapeva essere un tale rompicoglioni a volte. La maggior parte delle volte era a posto; un tipo divertente, un bravo ragazzo, ma quando faceva una ‘sorpresa’…merda! Evitalo a tutti i costi. Quando aveva i suoi ‘brividi caldi’ diventava meschino e vendicativo. Chi lo sa, forse il suo carattere volubile è ciò che lo rende un grande batterista”. Non è inoltre un mistero il fatto che tra lui e Jim Morrison ci fosse un rapporto di amore e odio.
John era cresciuto in una famiglia borghese e ricevuto un’educazione rigida e religiosa. Aveva scoperto la sua passione per la musica proprio in Chiesa: durante le funzioni domenicali si sentiva misteriosamente ed istintivamente attratto dal suono potente dell’organo a canne. I suoi genitori si accorsero presto di questo suo innato interesse musicale e lo mandarono a lezione in un negozio di percussioni dove, prima di passare alla batteria, fu costretto ad imparare i rudimenti da un insegnante. “Era frustrante imparare i dannati nove rudimenti sul rullante mentre attorno a me luccicavano tamburi e piatti d’ogni forma e colore. Ma quegli esercizi formarono il mio tocco raffinato. Mi trasformarono da grossolano suonatore di tronchi d’albero a musicista con uno stile sottile e jazz-rock”.
Quando John entrò a far parte dei Doors era un adolescente insicuro ed introverso. Non aveva ancora una ragazza, ma possedeva già uno stile proprio sui tamburi, ispirato al drumming di Elvis Jones ed Art Blakey. Era stato primo rullante nella banda del liceo, vantava la frequentazione dei club jazz di soli neri ed una solida esperienza live nelle dance hall di tutta Los Angeles. Aveva conosciuto Ray Manzarek e Robby Krieger ad un corso di Yoga e meditazione trascendentale. Ma come fu il primo incontro con Morrison? “Incontrare Jim fu la morte della mia innocenza. Fortunatamente la musica metteva equilibrio fra di noi. Posso dire che lui ammirava la mia abilità di musicista ed io ammiravo la sua intelligenza”.
Ray Manzarek ricorda con precisione il primo incontro tra il poeta ed il percussionista: “Vi fu un piccolo incidente quando presentai Jim a John per la prima volta. Un incidente minore, un nonnulla in verità, ma ovviamente premonitore. ‘Jim, questo è il tizio di cui ti ho parlato. Il batterista jazz, John Densmore’, avevo detto allora. Jim aveva sorriso, porto la mano e guardato John negli occhi. John aveva stretto la mano a Jim, detto ‘Ehi, fratello’ e rapidamente guardato da un’altra parte. Non riusciva a sopportare lo sguardo penetrante di Jim. Era troppo per lui. Aveva dovuto distogliere lo sguardo. Lo sguardo sciamanico di Jim che cercava nell’anima aveva penetrato il nucleo della psiche di John Densmore e a lui dava fastidio. Forse non era sicuro di sé stesso, o forse aveva persino qualcosa da nascondere”.
In realtà il giovane Densmore era affascinato ed allo stesso tempo terrorizzato dall’intenso carisma di Jim:
“Morrison conosceva qualcosa sulla vita che io non conoscevo. La sua curiosità era insaziabile e leggeva voracemente. A volte mi sentivo spaventato. Mi chiedevo: dannazione, fin dove si spingerà questo tipo?”.
Una sera di quella cruciale estate del ’66, dirigendosi verso l’abitazione di Jim, Densmore lo sorprese con un coltello da cucina ed una folle espressione da maniaco, mentre minacciava una ragazza appena conosciuta. Fuggì via terrorizzato: “Perché ero in una band con un pazzo? Dovevo dirlo a qualcuno, ai miei genitori…ma non potevo. Chiunque mi avrebbe risposto che l’unica soluzione possibile era quella di lasciare il gruppo. Ma i Doors erano per me l’unica possibilità di raggiungere l’indipendenza dalla mia famiglia, e rappresentavano l’occasione di una carriera in qualcosa che amavo. La scuola non mi dava alternative, non c’era nient’altro che mi interessava. Cercai quindi di dimenticare l’incidente del coltello. Ma i problemi tornano indietro quando li ignori. Sulle mie gambe cominciarono ad apparire delle eruzioni cutanee dovute al nervosismo”.
Quando i Doors, in seguito alla registrazione del loro primo album, iniziarono una vertiginosa scalata verso il successo, John si sentì ancora più preoccupato: “Pensavo che Jim fosse troppo pazzo per gestire la popolarità che già aveva raggiunto. Ero spaventato dall’idea di altro potere nelle sue mani. Poteva succedere qualcosa di terribile”.
I Doors, infatti, non erano la classica band “peace and love”, legata al movimento hippie di San Francisco. Non erano nemmeno paragonabili ai Love di Arthur Lee o ai Jefferson Airplane. I Doors erano oscuri, ermetici ed eclettici. Venivano definiti “erotico-politici”. La loro musica scavava all’interno degli abissi della psiche, alla ricerca delle Porte della Percezione. Le autorità americane cominciarono a preoccuparsi dei movimenti della controcultura giovanile. Durante la tournèe americana del ’68 vi furono disordini e scontri con le forze dell’ordine e molti concerti vennero interrotti dalla polizia. Ed una folla di migliaia di persone gridava all’unisono insieme a Morrison: “Vogliamo il mondo e lo vogliamo…ADESSO!”
E John Densmore era proprio nell’occhio del ciclone, sulla pedana della batteria, sudato, con le dita fasciate e la testa china sui tamburi. Ricorda così quelle circostanze:“Volevo solo aver successo e piacere alla gente che ascoltava la nostra musica. Personalmente ammiravo i Beatles, ma noi avevamo tutto un altro modo di presentarci; eravamo oscuri e pericolosi. Amavo la parte della biografia di Jim [tra le note del primo disco dei Doors], in cui descriveva la sua vita come un arco tenuto teso per ventidue anni e poi lasciato andare, ma tutte quelle cose sulla sua personale attrazione verso le idee di disordine, rivolta e caos erano ridicole per me. Pensavo che non avrebbero mai trasmesso in radio le canzoni di un album sul quale apparivano commenti come questi!”
Camera d’hotel, Philadephia, dicembre 1967
Si sentiva stanco e confuso. La limousine aveva appena riaccompagnato il gruppo in hotel ed ora, solo nella sua stanza, il batterista era pervaso da un flusso di pensieri negativi. Decise di fare un bagno caldo, per rilassare corpo e mente. Si tolse i vestiti ancora fradici del sudore del concerto, e si immerse nella vasca. Con la mente ripercorse ogni attimo dello show, sorvolando quelli cattivi e raggruppando quelli rassicuranti. Ma non ce la faceva. Sulle sue gambe nude bruciavano le macchie da stress che da mesi lo tormentavano. Quella sera non era riuscito a farsi trasportare dalla musica. Non aveva passato le Porte. Aveva stretto le bacchette, preoccupato e nervoso, tanto forte da far diventare le nocche delle sue mani completamente bianche. Cos’altro avrebbe combinato Jim? Avrebbe interrotto una canzone a metà? Sarebbe caduto dal palco, ebbro ed invasato? Avrebbe ancora una volta insultato il pubblico? Si sarebbe fatto arrestare, come pochi giorni prima a New Haven? Non era così che John immaginava il successo nei sogni da adolescente. Essere in una rock’n’roll band non significava divertimento e relax?
Aveva telefonato a Sal, il live promoter della band. “Sono veramente stanco…non posso suonare questo week-end. Non posso sostenere i concerti nel Nord Ovest” . “Ma devi, John!” - aveva risposto lui - “E’ già stato tutto programmato!”. “Bene…cercatevi un altro batterista”.
Fu così che, sul finire del 1967, i Doors suonarono senza John Densmore alla batteria per le date di Portland e Seattle. Venne sostituito da John Kilor dei Daily Flash. E, sapete, si dice che non ne fu all’altezza.
Studi di registrazione T.T.G, Hollywood, primavera 1968
“Lascio la band, sono stanco di lui!” aveva gridato John, esasperato, lanciando le bacchette nel mezzo della sala da presa. I Doors stavano registrando il loro terzo album, “Waiting For The Sun”. Jim era atteso per l’incisione delle parti vocali ma erano due giorni che non si faceva vedere. Quel pomeriggio si era finalmente presentato allo studio, con una bottiglia di Wild Turkey nella mano destra ed una spogliarellista - pescata chissà dove - alla sua sinistra. Era così ubriaco che non stava nemmeno in piedi. “Se non cercate un altro cantante, trovatevi un altro batterista!” gridò Densmore, sbattendo la porta della sala di registrazione. Ma la mattina dopo era di nuovo là, per lavorare al disco insieme a Robby, Ray…e Jim. John aveva bisogno di loro, e loro avevano bisogno della sua creatività sui tamburi.
Le esibizioni dal vivo dei Doors erano uniche ed impareggiabili. Le testimonianze ce le descrivono come vere e proprie performance teatrali, celebrazioni simili a riti dionisiaci e pagani. L’energia del pubblico era catalizzata dal gruppo, sul palco, e la folla intera era nelle mani Jim Morrison. Lui poteva spaventarli, terrorizzarli, ammutolirli, incitarli alla ribellione…oppure semplicemente divertirli intrattenendoli.
Racconta Ray Manzarek: “Era come se Jim fosse uno Sciamano Elettrico. Noi eravamo la sua band, entravamo in trance insieme a lui e lo seguivamo nei suoi deliri. E lo scuotevamo. Potevo provocare una scossa elettrica al suo corpo con una nota di organo. John poteva farlo con i colpi di batteria. Lui colpiva un piatto e Jim saltava. Era davvero incredibile, stupefacente. Ed il pubblico poteva percepire tutto quanto”.
La percussione ed il tamburo, da sempre legati alle forme di ritualità più arcaiche e tribali, assumevano nei concerti dei Doors alte potenzialità espressive e catartiche. La batteria jazzata e primitiva di Densmore, il veemente respiro dell’organo Vox di Manzarek e la chitarra flamenco-blues di Krieger erano l’ipnotico accompagnamento allo sciamanico stato di trance raggiunto dal poeta-visionario Morrison. Spiega Densmore: “La mancanza di un bassista nelle situazioni dal vivo mi lasciava ampi spazi vuoti da riempire. Cominciai ad aggiungere commenti percussivi alle liriche di Jim. Per qualche istintiva ragione, talvolta, quando c’era una sezione musicale tranquilla, a dinamica bassa, tipo quella della parte centrale di ‘The End’, infilavo uno o due colpi fortissimi e violenti di batteria, per rompere la tensione. Sapevo che, in un contesto silenzioso, avrei spaventato tutti: ed io volevo solo essere ancora più terrificante.”
E’ proprio nelle sezioni improvvisate delle canzoni lunghe ed epiche, quali “The End”, “When The Music’s Over” o “The Soft Parade” che Densmore dà il meglio di sé, con illuminazioni e trovate batteristiche che non hanno precedenti, con commenti percussivi che contrastano o accentuano in piena libertà le liriche di Morrison. “Quando fummo introdotti nella ‘Rock and Roll Hall of Fame’ nel ‘93” - ricorda il batterista - “Bruce Springsteen venne da me e disse che trovava unico il mio drumming in ‘The End’ - simile ad esplosivo detonato nel puro silenzio. Ne fui orgoglioso”.
Concertgebouw, Amsterdam, 15 settembre 1968
Nel pomeriggio Morrison aveva ingoiato un grosso quantitativo di hashish, per sfuggire ai controlli della polizia all’aeroporto. Durante il concerto dei Jefferson Airplane, che suonavano di supporto ai Doors, Jim apparve sul palco barcollante, danzò sulle note di “Plastic Fantastic Lover” e poi svenne. Fu portato all’ospedale. Quella sera i Doors salirono sul palco in tre: ”Suonammo e cantammo con un’intensità spaventosa.” – ricorda Ray Manzarek - “Io e Robby facemmo le parti vocali e John, al centro del palco per la prima volta nella sua carriera con i Doors, agitava le bacchette con una gioia demoniaca per non avere davanti le spalle di Jim che di solito gli rubava la visuale. Quella sera lo spazio davanti apparteneva a John ed il suo ego affamato era al settimo cielo! La batteria era furiosa e fantastica. Gli assoli di organo e chitarra erano ispirati e gli spettatori ci amavano. Il giorno successivo c’era una foto di John che si agitava in prima pagina. Pensava di essere andato in paradiso. Radioso. Il suo ego gonfiato era diventato insaziabile. Per un giorno pensò di essere lui la star. Manie di grandezza”.
Quando i Doors tornarono dall’Europa la situazione continuò a peggiorare. Gli eccessi di Jim si fecero sempre più frequenti e pericolosi. Si sentiva intrappolato nella gabbia della sua immagine pubblica e beveva per frustrazione. Le droghe, agli inizi lo strumento per “aprire un varco dall’altra parte”, ora erano per lui una scappatoia alla sofferenza.La rabbia di John cresceva: “Il gruppo intero era fuori controllo. Jim era folle. Io volevo scappare dalla paura sempre più grande che tutto questo fosse solo il principio. Quando eravamo agli inizi i nostri concerti erano grandiosi e sconvolgenti il 90 per cento delle volte. Ora le nostre esibizioni erano un fallimento il 50 per cento delle volte; il 10 per cento era dovuto a problemi tecnici ed il 40 per cento era dovuto a Jim. La mia rabbia contro di lui aumentava. La sua inaffidabilità stava rovinando sempre di più le nostre performance live e mi stava conducendo alla pazzia. Perché doveva rovinare tutto quello che avevamo creato? Volevo convincere Ray e Robby a fermare la nostra attività live. Jim stava distruggendo sé stesso ed il gruppo”.
Dinner Key Auditorium, Miami, 1 marzo 1969
“Non guardai Jim negli occhi perché ero nervoso. Ero così fuori di me che avrei voluto prenderlo a pugni, e allo stesso tempo avevo paura di dirgli qualsiasi cosa di ostile. Ero preoccupato per lui. Sapeva che le mie cattive vibrazioni erano dirette nei confronti della sua auto-distruzione, ma sapeva anche che nessuno di noi avrebbe fatto nulla per fermarlo”. Il concerto di Miami decretò la rovina dei Doors. “Jim continuava a lanciare sui miei tamburi i fiori che gli ammiratori tiravano sul palco. Rideva istericamente; sapeva che non potevo smettere di suonare, perché non volevo rovinare la nostra performance. Così le mie bacchette disintegravano i petali dei fiori. Forse era la sua simbolica maniera di rappresentare la fine della mia innocenza, o la sua personale distruzione”. In seguito alla tumultuosa performance di Miami, venne emesso un mandato di arresto a nome di Jim Morrison. Tutti i restanti concerti della tournèe americana vennero annullati e Jim dovette sostenere un processo per “blasfemia ed ubriachezza in pubblico”. Densmore ricorda: “Fummo banditi ovunque. Era la fine della nostra carriera live, almeno per un po’. Segretamente ne ero felice, perché significava che per un po’ non avremmo avuto niente a che fare con gli eccessi di Jim. Ma non lo dissi a nessuno”.
Los Angeles, 1971
- Il telefono squillò un martedì mattina. “Ehi John, come butta da quelle parti?”
- Era Jim Morrison, da Parigi. Da qualche mese si era stabilito in Francia con Pam, la sua ragazza, per sfuggire dalla morsa del successo, per allentare la tensione accumulata al processo di Miami e per concedersi una pausa dalla musica. Al telefono chiese informazioni sull’accoglienza del loro nuovo album, “L.A. Woman”, acclamato dalla critica come “il grande ritorno dei Doors”. Fermare la macchina dei concerti aveva fatto bene al gruppo, che aveva ritrovato serenità ed ispirazione.
- “Quando pensi di tornare Jim?”
- “Non so, ancora qualche mese”.
“Robby, Ray ed io stavamo componendo degli ottimi pezzi strumentali” – confessa Densmore – “Non volevo che Jim tornasse presto. Non volevo fare un altro disco di blues e non volevo tornare a fare i conti con i suoi eccessi ed i suoi problemi con l’alcool”.
- “Oh, bene Jim, grazie per la chiamata”.
- “Di niente John…ci si sente più avanti”.
Di fatto quella fu l’ultima telefonata di Jim Morrison ad un componente dei Doors. All’amato ed odiato John Densmore. Perché da Parigi non fece mai ritorno.
Los Angeles, 1989
“Penso che il fantasma di Jim Morrison mi tormenterà per il resto dei miei giorni” – scrive Densmore nella suo libro autobiografico ‘Riders On The Storm’ – “e per tutta la mia vita sarò ricordato come John Densmore dei Doors”. Un marchio indelebile nella coscienza e nell’esistenza del batterista che, dalla morte di Morrison, si è dedicato al teatro e alla scrittura, senza mai abbandonare le percussioni.
“Continuerò a darmi la colpa per non aver fatto nulla per fermarti, Jim. Ma nessuno osava confrontarsi con te. Tu eri fuori controllo, come posseduto. Ed io avevo solo ventitré anni. Un ragazzino, capisci? Però ti ho amato. Ti ho amato fino ad odiarti per quello che ti sei fatto”.
Poi John riflette sulla sua professione: “Tutto sommato mi considero un buon batterista. Non sono certo il più veloce ma mi sembra di sapere come suonare musicalmente. Già agli inizi avevo capito che la differenza tra un grande musicista ed uno mediocre sta in tutto quello che viene suonato in mezzo alle note (between the notes): il feeling che si dà al silenzio è importante quanto l’attenzione data al suono. Con il passare degli anni anch’io ho dovuto fare i conti con la musica elettronica. Ma nessuna drum machine potrà mai dirti se la tua musica è valida, che non ha un senso di swing innato, che hai bisogno di modulare o mettere un ponte o un solo ad un certo punto. Il grande Elvin Jones mi ha dato le mie mani: ho emulato la sua tecnica. I musicisti di oggi possono emulare la tecnologia giapponese? Sarebbe assurdo. Quando il batterista sviluppa un buon senso del tempo, è come meditare; essere esattamente nel groove è come ripetere un mantra personale. Forse il prodotto non è strabiliante, ma lo è la crescita spirituale del musicista. La disciplina crea qualcosa per l’anima”.
Poi Densmore si guarda indietro, verso quegli anni di Paradiso ed Inferno, e scrive: “Alle volte penso che se fossi stato più risoluto avrei lasciato la band ai tempi del terzo album, alla luce della distruzione personale di Jim Morrison. Ma poi mi dico che il mio lato creativo non avrebbe vissuto la fantastica esperienza di suonare le parti di batteria in “L.A. Woman”, una delle mie canzoni preferite. Il mio spirito si solleva ed arriva al cielo ogni volta che ascolto quei ritmi ispirati. La parte più autentica della mia vita”.
CITAZIONI
-
“John Densmore: il miglior batterista con cui io abbia mai suonato! Che drago sulla sua serie di tamburi “mod-orange”. E’ per questo che era con i Doors. Perché era un grande batterista, un jazzista e, all’epoca, un cercatore spirituale”. RAY MANZAREK
-
“Solo lo yoga può spiegarci come un individuo magro e sottile come Densmore possa piazzare colpi così violenti e sbalorditivi nel bel mezzo di The End”. VOGUE
- “Quando fummo introdotti nella ‘Rock and Roll Hall of Fame’ Bruce Springsteen venne da me e disse che trovava unico il mio drumming in ‘The End’ – simile ad esplosivo detonato nel puro silenzio”. JOHN DENSMORE
Tratto da Drum Club, giugno 2004
| < Prec. | Succ. > |
|---|






![Home[img]](/images/stories/menuico_home.png)
![DP Network[img]](/images/stories/menuico_network.png)
DP Social
DP Forum
DP Ads
DP Newsletter![News[img]](/images/stories/menuico_news.png)
![Drummers[img]](/images/stories/menuico_drummers.png)
![Reviews[img]](/images/stories/menuico_reviews.png)
![Lessons[img]](/images/stories/menuico_lessons.png)
![DrumLinks[img]](/images/stories/menuico_drumlinks.png)
![Media[img]](/images/stories/menuico_download.png)
![Search[img]](/images/stories/menuico_search.png)
