Art Blakey: la batteria, l’Africa, i Jazz Messenger
Drummer's Dossier - Le biografie dei batteristi entrati nella leggenda
di Fabio Rapizza |
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| www.webalice.it/le_duc80
Nel 2004 è uscito, in Italia, il primo libro interamente dedicato alla vita di un batterista. Si intitola “Il tamburo e l’estasi”, è scritto da Vincenzo Martorella, direttore della rivista Jazzit, e racconta la storia di Art Blakey, un grande uomo dietro ai tamburi, ottimo didatta ed eccellente jazz man, fondatore del leggendario ensemble dei Jazz Messengers, nel quale si sono formati ed alternati illustri musicisti. Questo dossier propone un’escursione nel mondo del jazz, con una piccola tappa in Africa, alla scoperta della musica e dei ritmi che hanno influenzato il sound del Nuovo Continente.
Gli esordi: batteristi non si nasce!
Art Blakey nasce nell’ottobre del 1919 a Pittsburgh, una cittadina della Pennsylvania in piena espansione industriale. Viene allevato da una cugina - dopo la scomparsa della madre - e per il suo avvenire, date le misere condizioni economiche della famiglia, si prospetta una vita di lavoro in acciaieria. La musica è l’unica possibilità di evasione da un futuro già determinato e monotono: così il giovane Art, che suona il piano da autodidatta, frequenta i club dell’allora nascente scena jazz.
Un aneddoto controverso racconta del passaggio di Blakey dal pianoforte alla batteria: una sera venne rimpiazzato da un pianista dotato che, a differenza di lui, sapeva leggere lo spartito. Il gestore del locale, che aveva fama di essere un gangster, lo costrinse a trasferirsi dietro ai tamburi. “Sono diventato batterista” - racconta egli stesso - “il giorno in cui un gangster, agitandomi sotto il naso una calibro 38, mi ha ordinato: ‘Tu picchia sul tamburo’. Io gli ho detto: ‘Questa è la mia orchestra e so io quello che devo fare. Sei pazzo!’. ‘Tu vuoi lavorare qui, piccolo?’, fece il gangster. ‘Certo che voglio lavorare qui’, risposi. ‘E allora mettiti alla batteria e non discutere’. Così mi sono messo alla batteria ed ho suonato”.
I suoi esordi come drummer, contrariamente a quanto si possa immaginare, non sono per nulla brillanti. Del resto batteristi non si nasce, e nemmeno si diventa bravi in una serata. Così, anche il grande Blakey conobbe agli inizi un senso d’inadeguatezza di fronte a musicisti professionisti, che lo fecero sentire a disagio per le sue limitate capacità tecniche. Per sopperire a questa sua mancanza di esperienza, cercava di mostrarsi al pubblico attraverso la spettacolarità: girava le bacchette tra le dita, le lanciava per aria e si inventava ogni genere di trovata per sorprendere tutti. Finché, una sera, non ricevette la visita di un batterista più vecchio di lui: “Chick Webb” - racconta Blakey - “entrò nel camerino: aveva con sé un chihuahua, un cappotto di cammello e il suo cappello. Disse: ‘Ok, piccolo. Voglio dirti una cosa: il ritmo non è nelle bacchette che lanci per aria, è nella tua batteria’. E continuò: ‘Sai fare un rullo?’. ‘Certo che so fare un rullo, Mr. Webb’, risposi. ‘Bene, allora suonane uno’. Afferrai le bacchette, e suonai qualcosa che credevo somigliasse a un rullo. Webb, allora, si avvicinò alla porta, mi guardò, esclamò: ‘Merda!’ e uscì sbattendo la porta, lasciandomi solo nella stanza”.
Quella sera, Art pianse e capì che se voleva concludere qualcosa con la batteria doveva darci dentro.
L’apprendistato: wrong is right!
Blakey cominciò a fare esperienza suonando ogni sera nei club, distillando sudore ad ogni show e ad ogni jam session, al fine di farsi le ossa sul campo, ossia in scena. Una grande consapevolezza delle proprie capacità l’accumulò suonando nella big band di Billy Eckstine, nella quale “se facevi un errore dovevi suonarlo forte, così la volta successiva l’avresti rimpiazzato con una soluzione diversa”. Egli capì che l’unica via da percorrere per progredire nella tecnica e nel feeling sui tamburi era non tanto quella di concentrarsi su sé stesso, quanto quella di ascoltare gli altri musicisti. Era oltretutto necessario avere del coraggio, spingersi ogni volta oltre i propri limiti e non aver paura di sbagliare, mai, perché la regola da seguire era “wrong is right!”.
Suonando poi con il celebre pianista Thelonious Monk, Art assimilò altri insegnamenti preziosi: “Tutto quello che mi ha insegnato Monk ha a che fare con l’idea di identità: essere differenti, così quando la gente ti ascolta è in grado di riconoscerti. Monk mi diceva sempre: ‘resta lì dove sei e continua a picchiare nella sezione ritmica e prima o poi la gente capirà cosa stai realmente suonando’. Così ho sempre desiderato essere un innovatore, un batterista che suona cose che gli altri batteristi non suonano”.
Nel corso degli anni Quaranta la batteria stava conoscendo una fase di cambiamento che avrebbe condotto fino alla rivoluzione totale messa in atto da Tony Williams negli anni Sessanta. Come scrive Vincenzo Martorella: “la batteria stava progressivamente perdendo la funzione di semplice metronomo per acquisire una dignità timbrica e solistica. Blakey intravede, assai precocemente, una linea di sviluppo che sarà completata e compiuta solo qualche anno dopo. La batteria come regolatore del traffico, propellente energetico e maestra di cerimonie per l’ordinamento discorsivo dell’esibizione”.
Blakey stava tracciando il proprio cammino: e la sua strada lo portava dritto in Africa.
L’Africa: il ritmo e la comunità.
Verso il 1947 Art Blakey si trovò in un punto fermo della propria carriera: si sentiva insoddisfatto dei propri risultati ed aveva seri problemi legati alla dipendenza dalla droga, che nell’ambiente dei club circolava a volontà. Decise quindi di intraprendere un viaggio in Africa, alla ricerca delle proprie origini e alla scoperta del ritmo: il suo pellegrinaggio, del quale la durata è incerta, lo portò in India, in Nigeria e in Ghana. E’ certo invece che questa escursione costituì per Blakey un vero punto di svolta: il contatto con le popolazioni indigene dell’Africa nera lo portò a sviluppare una propria ricerca all’interno della poliritmia e dell’accompagnamento, che sarebbe diventata il marchio di fabbrica della sua band, i Jazz Messenger. Il rapporto tra i ritmi africani ed il portamento ritmico proprio del jazz è lucidamente spiegato da Martorella: “Il batterista jazz accompagna, o porta il tempo, ordinando i suoi movimenti e le note che esso produce in base a due criteri fondamentali: il ride e l’hi-hat, normalmente, suonano pattern che si ripetono, quasi degli ostinato (lo strato solido), mentre il rullante e la cassa infittiscono il tessuto ritmico con figurazioni estemporanee e variabili, ovvero lo strato liquido. Un simile dispositivo, anche se in scala diversa, e con le opportune modificazioni, è lo stesso che si riscontra in molte strutture ritmiche africane come, ad esempio, nella musica per tamburi e percussioni degli Ewe, una popolazione che oggi risiede nella parte meridionale del Ghana. Una caratteristica fondamentale della loro musica è la divisione degli ensemble in due gruppi, dei quali uno riunisce strumenti che suonano un ritmo fisso, l’altro strumenti che suonano un ritmo variabile”.
Di ritorno dall’ Africa, dunque, Art Blakey dette vita a quel grande progetto musicale che lo avrebbe occupato fino alla fine dei suoi giorni: i Jazz Messengers. La band, nel corso dei decenni, ebbe continui cambi di formazione, periodi di splendore e di stasi, e si concentrò su un unico e grande obiettivo: il contatto e la comunione con il pubblico. Nel Continente africano, infatti, Blakey conobbe la dimensione sociale e tribale della musica. Essa era considerata un messaggio da diffondere, un’occasione di comunicazione ed incontro, una parte integrante ed irrinunciabile della vita: “I piccoli guai della vita quotidiana - dichiara Art - e i grandi eventi della tribù sono messi in musica. Ne nasce una canzone inedita, che si arricchisce progressivamente prima di sparire per sempre. Mi piace molto questo modo di concepire la musica perché è molto simile a quella dei jazzisti. Ogni volta che suoniamo, noi creiamo qualcosa che prima non esisteva”.
L’obiettivo è quello di tradurre la vita in musica, sublimare ogni avvenimento reale e trasformarlo in note, testo e vibrazioni. Come ricorda Martorella: “Del suo viaggio in Africa, Blakey assume come elemento focale e fondante non già il ritmo e le sue mille possibilità, quanto l’idea, appunto, del racconto delle proprie esperienze attraverso la musica, attraverso l’esibizione”.
I Messaggeri del Jazz
Come un grande circo itinerante, o come una setta di profeti della musica, i Jazz Messengers hanno girato i club e le sale da concerto di tutto il mondo: nelle fila della band molti musicisti sono nati e hanno raggiunto la celebrità, mentre altri sono rimasti sconosciuti per il resto dei propri giorni. Dietro la batteria sempre Blakey: un’ombra nera con due grandi occhi bianchi come l’avorio, un diavolo in estasi - interamente preso dalle vibrazioni della musica - che incita i propri musicisti: “Soffia in quella tromba!”, “Blow Your Ass Off!”.
Negli ultimi decenni della sua infinita carriera, il batterista si scopre talent scout e diventa una figura paterna che accoglie sotto la sua ala protettiva sempre nuove generazioni di giovani jazzisti. E’ indicativa la testimonianza lasciataci da Dave Schnitter, sassofonista dei Messengers negli anni settanta: “Guardare Blakey suonare sera dopo sera è stato meraviglioso. Per Art il jazz era una religione, e ogni volta suonava come se dovesse essere l’ultima; cercava di trasmettere questa consapevolezza ai suoi musicisti, spingendoli a dare sempre il massimo. In più aveva la straordinaria capacità di intuire esattamente quali fossero le potenzialità, e i punti deboli dei suoi sidemen: osservava, ascoltava con estrema attenzione, era prodigo di consigli”.
Egli era animato da un’incomparabile energia e da un’infinita sete di comunicare: la sua band, che intraprese lunghe tournèe in Europa e in Asia, non conosceva pause e lavorava quasi tutto l’anno. Quando, all’approssimarsi degli anni ottanta, l’età cominciò a pesare sulle spalle del drummer, che era divenuto ormai un’enciclopedia di esperienza e filosofia jazz, egli sentì il bisogno di ingaggiare un secondo batterista, che avrebbe potuto sostituirlo o semplicemente suonare al suo fianco su un secondo drum set. Ma quali caratteristiche doveva possedere un batterista per potersi affiancare al grande Blakey? Quali erano le proprietà fondamentali? Ecco i consigli di Art diretti a John Ramsay, suo giovane sostituto nei tardi Jazz Messengers: “La cosa fondamentale è imparare a swingare. Dimentica la tecnica! Non m’interessa la tecnica! Tutti i batteristi oggi suonano come se fossero usciti da una pressa. E’ importante suonare in maniera personale, identificabile. La batteria è uno strumento difficile perché non è melodico. Però, quando ascolti un disco sei in grado di dire: ‘Questo è Max Roach, o Art Blakey o Elvin Jones’. Come credi sia possibile? Quei musicisti suonano con un loro stile, senza mai perdere il controllo del tempo. E’ l’intensità che li distingue. Il problema non è la velocità; molti brani suonano veloci, ma non sono così veloci: sono intensi. E non si ha intensità se non si è in grado di swingare. Tutto quello che devi fare è rilassarti, ma non so dirti come si fa. E’ difficile, durissimo, ma è quello che devi fare”.
Alcuni cedimenti cominciarono a minare la salute ed il fisico del batterista di Pittsburgh. Una sensibile diminuzione dell’udito lo costrinse all’uso di una protesi acustica: aveva difficoltà a cogliere distintamente i suoni di una normale conversazione, ma si rifiutò sempre di utilizzarla sul palcoscenico, dove lasciava che le vibrazioni prodotte dagli altri strumenti e l’adrenalina lo guidassero nell’esecuzione. Di fatto, egli continuò la sua missione di messaggero del jazz sino al giorno della sua morte, che lo colse il 16 ottobre del 1989.
Del resto questa era la sua volontà: “Suonerò la batteria finché Madre Natura lo vorrà, e mi ritirerò quando sarò due metri sotto terra”.
(Tutte le citazioni contenute in questo articolo sono estratte dal libro “Art Blakey - Il tamburo e l’estasi”, edito da “Nuovi Equilibri Stampa Alternativa” e scritto da Vincenzo Martorella, che ringrazio personalmente per l’aiuto, l’ispirazione ed i consigli).
Il seguente articolo è tratto da Psychodrummer, una rubrica che ho ideato per la rivista Drum Club, che analizza i tratti non solo musicali - ma anche umani e biografici - dei batteristi entrati nella leggenda e nel mito. (Tratto da Drum Club aprile 2004).
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