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PATRICK CACCIA - Intervista

Ho avuto l'onore di vederlo per la prima volta all'Alcatraz di Milano. Scandiva il tempo a Eric Sardinas, in modo travolgente. Aprivano a Steve Vai. Mi ha colpito molto, e ho iniziato a informarmi, a documentarmi; venendo a scoprire che in realtà è di Monza, che è cresciuto per 20 anni nella mia stessa città, che abbiamo addirittura delle amicizie in comune.

Intervista a Patrick Caccia
a cura di Alessandro Grassi
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Patrick Caccia's Interview --> English Version

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Ho avuto l'onore di vederlo per la prima volta all'Alcatraz di Milano. Scandiva il tempo a Eric Sardinas, in modo travolgente. Aprivano a Steve Vai. Mi ha colpito molto, e ho iniziato a informarmi, a documentarmi; venendo a scoprire che in realtà è di Monza, che è cresciuto per 20 anni nella mia stessa città, che abbiamo addirittura delle amicizie in comune.
Così, armato di faccia tosta, l'ho contattato per proporgli una chiacchierata via e-mail, escludendo la possibilità di incontrarci a Los Angeles, almeno da parte mia. La risposta è stata un invito ad uno dei suoi show nel tour italiano previsto per marzo 2006; un invito caloroso, pieno di quel calore che credo si possa riscontrare solo in chi ha visto la luce sotto il nostro cielo.
Son partito per Brescia il 14 marzo scorso, destinazione "Buddha Cafè" (Orzinuovi), accompagnato da un ottimo amico fotografo. Patrick ci ha ricevuti durante il check: deciso, composto e silenzioso, ma con quel sorriso negli occhi tipico di chi sta davvero vivendo i suoi sogni di bambino. Cappellino calato sino agli occhi, chiede tre birre al banco e ci indica un tavolino a lato del palco. E ha così inizio quella che ricorderò come una delle chiacchierate più pregnanti e coinvolgenti alle quali ho avuto il piacere di partecipare: tutto ruota attorno a tanta passione, dedizione, gratitudine ed un'umiltà davvero inconsueta, per uno che viaggia a certi livelli.
Ringrazio Patrick Caccia per avermi "assecondato e sopportato": per avermi accolto come un fratello, e soprattutto perché mi ha regalato un paio d'ore piene di vita vera, quella che nasce dai sogni e dalle passioni…

caccia_drumsportal_002Allora Patrick: vivi negli Stati Uniti, ma il tuo cognome non è prettamente "made in U.S.A.". Parlaci delle tue origini!
Sono nato a Monza, e praticamente sono cresciuto a Milano. Mi sono spostato a Los Angeles alla fine del 2000, intorno all’ottobre del 2000, all’età di 23 anni.

Ti ricordi il tuo primo approccio con i tamburi? Ho sentito parlare di servizio di leva…
Il primo approccio con la batteria lo ricordo come se fosse ieri: avevo circa 18 anni, ho sentito musica provenire da una cantina, e sono sceso a vedere.
C’erano un paio di amici che suonavano ("Anarchy in the UK" dei Sex Pistols), e il batterista a un certo punto si è assentato per fare una telefonata: gli altri mi han chiesto di suonare, e io non avevo la minima idea di come si facesse.
Mi hanno cantato il beat, e l’ho fatto, in modo del tutto naturale e spontaneo.
Poi, per lungo tempo e per vari motivi, non ho avuto la possibilità di sottopormi a studi musicali: la mia non è una famiglia di musicisti, e quindi non sono stato “indirizzato” da nessuno.
Suonare per l'esercito, durante la leva, è stata sicuramente l’occasione che mi ha messo davanti alla musica 24 ore su 24, permettendomi anche di capire se e come sapevo pormi nei confronti di essa.
Senza dubbio è stato, sotto il punto di vista umano e musicale, un punto di svolta molto importante, che mi ha poi portato a fare della musica la mia professione.

E hai capito subito che volevi fare della batteria la tua ragione di vita? I tuoi familiari come reagirono?
Ho sempre saputo che la musica sarebbe stata la mia vita. Da piccolo ricordo che andavo spesso in un bar sotto casa, ad ascoltare i dischi per poter seguire le linee di batteria. Ma quando sei molto piccolo non puoi avere le idee chiare, e i genitori comunque tendono a spingerti verso prospettive diverse dalla carriera musicale. A differenza dell’esperienza che altri musicisti possono aver avuto, magari supportati da familiari più vicini al mondo musicale rispetto ai miei, io ho preso da solo questa strada. Quando ho detto ai miei che volevo fare il musicista professionista, mi hanno risposto “torna a casa quando hai la testa a posto!”.
Solo dopo tre anni di studi intensi, dopo avermi visto impegnato e convinto, hanno iniziato ad accettare la cosa, a sostenermi. Hanno capito che sapevo quello che stavo facendo, e mi hanno appoggiato in maniera così determinante che se non fosse per il loro supporto non sarei arrivato dove sono oggi!. Ora sono diventati i miei fan più accaniti: non si perdono un concerto quando vengo in Italia!

Che età avevi quando hai iniziato a studiare? Nasci come autodidatta o hai preferito rivolgerti sin dal principio ad uno o più insegnanti?
Come ti dicevo prima, ho iniziato quasi per caso a 18 anni, e per un lungo periodo non ho considerato l'idea dello studio. Dopo la leva, a 21 anni, ho deciso che dovevo prepararmi davvero.
Ho conosciuto Sergio Pescara, tramite un amico. La prima cosa che Sergio mi ha chiesto è stata: “Vuoi davvero fare il professionista? Sai quanti ce ne sono là fuori come te?”. Mi ha visto convinto, e si è dedicato alla mia formazione, con la stessa passione con cui io lo seguivo.

Cosa ricordi dei primi passi da musicista, qui in Italia? Avevi delle band con cui suonare in giro, o ti sei dedicato esclusivamente allo studio?
Prima di partire, jammavo con diversa gente, un po’ come tutti. Mi ricordo che quando ho iniziato con Sergio, nel ’97, ho deciso di smettere di suonare con tutti, chiudermi in una stanza e colmare le mie lacune: mi trovavo a confrontarmi con altri musicisti, e non riuscivo ad esprimere ciò che la mia testa mi diceva. Il corpo non rispondeva. Era un problema di coordinazione, dovevo insegnare al mio corpo a tradurre quello che il mio istinto mi diceva. Quindi sono stato più o meno 3 anni chiuso in sala, a studiare e basta.
Ho comunque avuto delle situazioni musicali, prima di partire per Los Angeles. L’ultima esperienza che ricordo è stata negli Exilia, nei quali sono subentrato a Roberto Gualdi. Mi ricordo che mi hanno telefonato dagli U.S.A. una sera, prima di iniziare un concerto con gli Exilia: eravamo al tavolo, e messo giù il telefono ho detto loro: “Ragazzi, mi sa che devo partire, mi hanno preso al Musicians Institute!”.
Un'altra esperienza che ricordo è stata quella con i Banda Losca, una band reggae nella quale ho sostituito Ruggero Pazzaglia (docente al CPM di Milano). E’ stata una band grandiosa, mi hanno insegnato davvero molto!

caccia_drumsportal_003Restiamo ancora un secondo sullo studio. Rudimenti, grooves…cosa senti più "tuo"? Quando suoni, hai un approccio più istintivo o più tecnico?
Ora come ora è una fusione di tecnica ed istinto. Sono convinto che per essere in grado di avere un’ottima espressione musicale, sia necessario poter contare su un bagaglio tecnico consolidato. Ma la tecnica non dev’essere l’elemento fondamentale su cui basare il playing. Quando suono cerco di combinare entrambe le cose.
Io vedo la musica in due mondi distinti: il primo è “io e la batteria”, il secondo è “io e la musica”. Lo studio vero e proprio della tecnica batteristica, all’inizio, è finalizzato solo a raggiungere la giusta sicurezza nell'approccio con lo strumento. Dopo, devi riuscire ad essere musicale. Il punto di arrivo, il "goal" che tutti sperano di segnare, è proprio questo: essere spontanei, suonare a mente libera riuscendo ad essere musicali.

Una questione importante per ogni batterista…dove studiavi, qui a Milano?
Dunque, quando ho deciso di intraprendere la carriera da professionista ero molto concentrato, ma il mio ambiente familiare in un certo senso mi distraeva. Perciò ho preso un box, l’ho insonorizzato e l’ho fatto diventare la mia seconda casa.
Prima ancora di avere il mio box, però, ho studiato in un oratorio… anzi, per l'esattezza rubavo ore in un oratorio! Nel senso che il parroco aveva una stanza destinata a prove teatrali, e mi disse che potevo utilizzarla per qualche ora al giorno, ma ad una condizione: lui iniziava a far messa alle 6 di mattina, e non aveva il tempo di starmi dietro. Quindi io dovevo presentarmi lì alle 5.30, prendere le chiavi e star lì da solo. E così ho fatto, mi alzavo alle 4.30, arrivavo e mi chiudevo dentro. Quando mi bussavano per fermarmi, fingevo di non sentirli e continuavo a studiare! Non è stato semplice all’inizio, mi dovevo fare in quattro per garantirmi la possibilità di studiare, perché sapevo che dovevo farlo tutti i giorni, tutto il giorno.

E ad un certo punto sei "emigrato" negli States. Quali sono i motivi che ti han fatto preferire l'estero alla scena italiana?
Non ho esattamente “preferito” l’estero all’Italia. Mi è sempre piaciuto viaggiare. Finito il percorso con Sergio, lui stesso mi disse: “Ok, ora ci sei. Devi solo uscire, provare a spaziare, metterti in gioco”. Ho lasciato l'Italia con la scusa del Musicians Institute, ma sapevo che ero partito per cercare altro. Il Musicians Institute all’inizio ha funzionato come base d’appoggio: ero in un paese diverso dal mio, la mia conoscenza della lingua era ancora scarsa, e non avevo contatti.
Sono andato in America perché gli Stati Uniti sono un paese che si è formato da culture molto eterogenee: essendo attratto dalla musica latina e dalle percussioni, gli influssi della musica messicana, indiana e africana presenti nel background culturale americano mi hanno spinto a scegliere questo paese come terreno di apprendimento.
Per rispondere comunque alla domanda, non ho “preferito” la scena americana a quella italiana: amo il mio paese, e spero di rientrare nel “giro” italiano al più presto. Ascolto molto pop italiano, seguo Sanremo, quest'anno mi è piaciuta molto Dolcenera!

Non dev'esser stato facile intraprendere questo percorso: rinunciare alla vita di tutti i giorni, trovarsi in un paese straniero, da solo e con molti punti interrogativi in mano…
Molte persone mi fanno questa domanda! In realtà, per me lo spostamento è stato molto naturale: in Italia studiavo e vivevo a panini, e in America studio e vivo a panini… con la differenza che qui ci mettono molta più maionese! (ride).
A parte gli scherzi, è stata per me una transizione molto naturale, musicalmente parlando mi sono trovato subito “a casa”.

caccia_drumsportal_007Con chi hai proseguito gli studi? Hai continuato a suonare in alcune band locali?
All'inizio mi sono lanciato in una full-immersion di studio, e per il primo anno non ho avuto molti contatti con l’esterno.
Vivevo al Musicians Institute, studiavo e dormivo lì.
Ho cominciato a suonare seriamente e a fare tour in America dopo un bel po’ di tempo, inserendomi in progetti molto diversi.
Quello più produttivo è sicuramente stato il tour che ho iniziato a Las Vegas con Andy Vargas (2004), cantante di Santana.
Per il resto, cercavo di prendere più serate possibili in città, in fondo il trucco è sempre quello: più suoni, più ti conoscono, e soprattutto più assimili, e capisci la differenza tra approccio didattico e pura improvvisazione.
Sono inoltre arrivato a un bivio: al Musicians Institute erano interessati a tenermi lì come clinician, e ho dovuto scegliere se far questo o suonare. Ho scelto di suonare, e l'ho scelto perché mi sento in un periodo in cui ho bisogno di fare musica, di viverla assieme ad altri musicisti, e non solo "io e la batteria".

So che uno dei tuoi principali punti di riferimento a Los Angeles è stato ed è Joey Heredia. Com'è nata questa amicizia?
Joey Heredia
rappresenta sicuramente uno dei principali motivi per cui oggi suono come suono. Ha avuto una grande influenza su di me, ed è entrato nel mio vocabolario espressivo.
L'ho conosciuto al ritorno da un tour, sono andato a lezione da Richie Garcia (percussionista di Phil Collins), perché volevo immergermi nella cultura musicale latina. Ho seguito un corso di percussioni con Richie per tre o quattro mesi, ma mi son reso conto di aver bisogno di tradurre le mie nuove conoscenze percussive sul drumset. Qui è entrato in gioco Joey: è sicuramente uno dei migliori esponenti della batteria latin, a livello mondiale. Ci siamo conosciuti in un locale dove ero andato a sentirlo suonare, e così è nato il nostro rapporto di amicizia e professionale.

caccia_drumsportal_005Raccontaci dell'incontro con Eric Sardinas. "Come, dove, quando e perché"?!
Con Eric è stata una cosa molto divertente,  e credo molto legata al destino. Al Musicians Institute, il manager di Eric mise un annuncio per cercare un batterista: io ero ancora studente, ma ho partecipato all'audizione. Sono andato a Las Vegas a sentire Eric e ci hanno presentati: ma poi, per un motivo o per l'altro, ci siamo divisi, ed è stato scelto un altro batterista. Primo segno del destino, e come tale l'ho preso.
Dopo circa 3 anni, tornato dal tour col cantante di Santana, ero in un locale a bere una birra, e Eric era lì che suonava. Il bassista mi ha riconosciuto, mi ha fermato e mi ha chiesto se volevo andare il giorno dopo in studio a provare, perché quella era l'ultima serata per il batterista. E così, dopo una jam in studio, Eric mi ha chiesto di andare in tour con lui! Tra l'altro, il primo tour che ho fatto con Sardinas mi ha riportato in Italia, nel febbraio 2005 (al Naima di Forlì, nda).
Alla fine del tour italiano Eric mi ha proposto di entrare ufficialmente nella band, di lavorare con loro: io ero titubante, avevo ancora aperta la situazione con Andy Vargas, e non sapevo se sarei riuscito a combinare entrambe le cose. Ed ecco il secondo segno del destino, perché Andy è partito per un altro tour mondiale di un anno e… eccoci qui!

Ricordi il tuo primo grande concerto? Emozione, paura...? Parlacene un po'!
I concerti che io considero "grandi" sono quelli in cui riesco ad esprimere quel che voglio, a prescindere dal contesto. L'emozione c'è sempre, ed è per questo che mi piace fare quello che faccio. Sono contento di salire sul palco ogni sera perché trovo che sia l'unico modo per me di essere me stesso. A volte non riesco ad esprimermi come voglio, altre si, ma ogni sera è speciale.
Per rispondere alla tua domanda, ricordo il primo grosso concerto con Eric: aprivamo a Steve Vai, in un teatro a Phoenix con seimila persone davanti: vedere tutte quelle persone che ti seguono, che si lasciano trasportare da quel che stai facendo, è un'emozione grandissima, e aiuta la performance. Ma ci sono serate con migliaia di persone in cui non riesci a esprimerti, e serate davanti a venti persone in cui ti senti al massimo e, a livello personale, ti godi di più lo show.

Lo spettacolo di Sardinas è un cocktail di blues, rock, funk, il tutto sostenuto da tanta potenza e da un'ottima presenza scenica. E siete solo in tre! Come ti trovi con Eric e Levell (Levell Price al basso, nda)?
E' molto divertente! Eric arriva dal blues, ma in realtà ascolta di tutto e si lascia contaminare molto. Il suo modo di suonare, e il fatto che mi abbia lasciato carta bianca sui miei arrangiamenti, mi permette di implementare latin e funk nel suo stile blues e rock.
E' forse per questo che poi il tutto prende questa particolare forma definitiva: ognuno di noi tre ha molto spazio a disposizione per essere sé stesso durante lo show, e non siamo troppo vincolati ad arrangiamenti preimpostati. Per intenderci, non c'è la paura di dire "no, questo è troppo, questo non posso farlo qui, ora". C'è un detto americano che dice qualcosa tipo "Less is more". Per me, nella band di Eric, è "More is YEAH!". Con Eric ci dev'essere una fusione, un continuo botta e risposta tra batteria e chitarra.
In altre situazioni mi trovo semplicemente ad accompagnare, a portare il groove, perché magari sul palco siamo in tanti. Nel trio, invece, bisogna riempire, completarsi a vicenda, per mantenere sempre al massimo l'adrenalina dell'esecuzione.

Vedo con piacere che negli ultimi mesi il vostro tour è sbarcato in Europa, per condividere i palchi con B.B. King e Steve Vai. Immaginavi tutto questo, quando sei atterrato a Los Angeles? Che effetto fa?
Con B.B. King è stato grandioso! L'ho sempre ascoltato, anche prima di iniziare io stesso a suonare blues. Lo considero uno dei più grandi esponenti che questo genere abbia mai avuto. Steve Vai lo ascolto anche da prima di iniziare a suonare la batteria! Arrivare ad aprire questi concerti è stata una soddisfazione, un traguardo incredibile: e per me la cosa più incredibile è che ci sono arrivato naturalmente. Anzi, non so se è giusto dire "naturalmente". Faccio musica tutti i giorni, e quello che mi capita lo faccio sempre con passione: mi è capitato di essere in tour con loro, e sono onorato di essere stato scelto, di poter godere del privilegio di suonare a questi livelli. Non so cosa ho fatto per meritarmi questo, ma sono grato di avere la possibilità di collaborare con gente più in gamba di me. B.B. King e Steve Vai sono musicisti che ammiro profondamente da un punto di vista personale e professionale: avere la possibilità di condividere esperienze come quelle appena passate, con persone come loro, è per me motivo di ispirazione, uno stimolo a fare sempre meglio, sempre di più. È un sogno, come lo sarebbe per tutti. Quando Steve mi ha chiesto di suonare ogni sera un pezzo con lui, durante il tour, l'ho guardato e gli ho detto: "Stai scherzando, vero? È divertente..". Lui era serio. Sono rimasto pietrificato.
Non mi aspettavo tutto questo. Quando sono atterrato a L.A., volevo solo assorbire il più possibile dalla cultura musicale americana. A L.A., se sei un musicista e dormi più di tre ore al giorno, ti svegli e ti senti in colpa: perché la città non dorme mai, dal punto di vista artistico...

caccia_drumsportal_006Che rapporto hai con Jeremy Colson (Steve Vai, nda)?
Siete entrambi molto giovani e molto preparati.
Ho visto che a volte utilizzi il suo drumkit!

È stato un cambiamento drastico per me, ma l'ho visto come un fatto positivo. Con Jeremy abbiamo scelto di usare lo stesso set per questioni di comodità, avendo quasi sette serate a settimana per tre mesi e mezzo di fila.
Quando mi son seduto dietro al suo set mi son chiesto "e ora che si fa?!".
Per l'approccio di Jeremy, la sua disposizione è splendida; se vedi le sue bacchette ti accorgi che sono più lunghe delle mie, e ogni pezzo del suo set è disposto con criterio.
Ma lui è più grosso di me, ha le braccia più lunghe!
Quindi ho dovuto riorganizzare il mio modo di suonare, e ti dirò… all'inizio ero un po' demoralizzato, nelle prime serate non riuscivo ad esprimermi.
Poi mi sono adeguato: ho sviluppato una tecnica di adattamento, che inoltre mi ha aiutato a prendere in considerazione l'aspetto scenico: ho studiato dei movimenti nuovi, che mi permettessero di esser me stesso su un set diverso.

Che differenze trovi nell' "american-way-of-working", rispetto all'Italia? Com'è il clima, l'approccio alle session, ai tour…?
Sinceramente, per quanto riguarda esperienze professionali in studio, non posso fare confronti, perché in Italia ho fatto davvero poco, essendo partito subito per gli USA. Quel che ti posso dire è che negli Stati Uniti sono apprezzato per come sono, per come suono, e mi danno l'opportunità di esprimere me stesso. Se hanno un'esigenza particolare, un groove o un beat particolari, so che mi chiamano perché sanno che lo posso fare.
Quindi, la prima cosa che mi viene da pensare è che sicuramente in America viene dato molto spazio all'espressività musicale: questo non vuol dire però che in Italia non sia così, ma ripeto, purtroppo non ho avuto il piacere confrontarmi con le sessions italiane.

Sempre voci di corridoio parlano di una tua recente brutta caduta durante il tour, che ti ha costretto ad un breve periodo di riabilitazione. È tutto a posto, spero..
Beh, comunque…che botta che ho preso! È successo in Turchia, mi pare ad Ankara. In questo paese non sono ancora molto preparati a sostenere tour o grandi eventi artistici. Mentre in Italia negli ultimi 3 anni il livello di accoglienza è cresciuto a livelli ottimali, in Turchia non è ancora così.
Il motivo per cui sono caduto è stata l'assenza di misure di sicurezza. C'era una botola aperta dietro al palco, buia, senza nessun segnale di pericolo. Io avevo finito il set con Eric, e dovevo tornare sul palco per suonare il brano con Steve Vai: stavo correndo per arrivare al backstage, e non ho visto la botola.
Ho fatto circa 5 metri di volo, e son caduto su alcuni gradini, rompendomi il menisco. Non ricordo molto: c'era un sacco di gente intorno, e sentivo che stavano suonando il pezzo che precedeva il mio. Tutti volevano chiamare un dottore, ma io mi sono alzato e sono andato sul palco lo stesso a fare il mio brano. Poi sono sparito per 48 ore, imbottendomi di antidolorifici. Ho finito il tour con Eric e Steve, e invece che tornare a Los Angeles sono corso a Milano a farmi operare.

caccia_drumsportal_006Tu rappresenti la possibilità di affermarsi al di fuori del nostro paese, nel panorama mondiale. Sei sicuramente motivo di orgoglio per tanti di noi, e un modello per molti giovani. C'è qualcosa che ti senti di dire a chi sogna una carriera professionistica? Qualche consiglio, qualche rivelazione...
Per la musica valgono gli stessi discorsi e consigli che si posson dare e seguire in qualsiasi altro ambito della vita. Fai quel che ti piace fare, e lavora duro per questo. Non arriva tutto da un giorno all'altro. Non mi sono svegliato un giorno sul palco con Eric Sardinas o Steve Vai, e tuttavia non mi sono nemmeno accorto di aver fatto il duro lavoro che è servito per arrivare a farlo. Ho sempre cercato di fare tutti i giorni quel che mi piaceva, dando il massimo. L'importante è impegnarsi e divertirsi. Per qualsiasi cosa ci vuole duro lavoro, e la batteria non è esclusa da questo.
Per me la dedizione e la passione sono le chiavi per potersi realizzare. Le rinunce sono state tante, tra le più banali il fatto di non poter andare a bere una birra con gli amici la sera, perché dovevo studiare. Me la facevo portare dopo in saletta.
Deve comunque essere un processo naturale, se forzi la mano non funziona, non è reale. La buona musica non nasce da uno sforzo.
Bisogna essere spontanei, tranquilli. Altro consiglio è quello di comprare e ascoltare tanti dischi diversi, leggere storie di batteristi, per capire come sono arrivati ad essere quello che sono. Passione e dedizione quindi… e dedizione vuol dire soprattutto ricercare. Ecco, ricerca è un'altra parola chiave: la ricerca stimola la passione, per la musica e per tutto.

Hai uno o più endorsements?
Si, sono stato fortunato ad entrare in contatto con le case produttrici che mi supportano. Ringrazio chi mi sta seguendo in questo periodo: Sabian, Pacific, DW, Vater. Sono orgoglioso di collaborare con compagnie che hanno prodotti di qualità, e che so che possono seguirmi e supportarmi giorno per giorno, specie durante in tour. È davvero una fortuna, ecco.

C'è qualche vecchio amico che vuoi salutare, ringraziare…? A te la parola!
Sicuramente mi manca Sergio Pescara, con lui passavamo ore e ore a parlare di musica. Anche quando andavo a lezione da lui, si partiva da un'ora e si arrivava a quattro ore, senza rendersene conto…
Mi manca in generale la scena italiana, e saluto tutti coloro con cui ho collaborato e con cui sono cresciuto musicalmente nel mio paese, in particolare Michele Quaini e Diego Michelon.

Websites: http://www.patrickcaccia.com/ - http://www.ericsardinas.com/
Sponsors
: http://www.dwdrums.com/ - http://www.pacificdrums.com/ - http://www.sabian.com/ - http://www.vater.com/
Others Links: http://www.buddha.it/ - www.tomedia.org/fotoblog

Si ringrazia Francesco Secchi (alias fracOz), giovane e talentuoso fotografo, per la pazienza e la professionalità con cui ha supportato questo lavoro.

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Aprile 2008 15:50  

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